Franco Ferrara

(1911 - 1985)

Biografia

Franco Ferrara

Franco Ferrara

Franco Ferrara prese il suo primo incarico come docente di direzione d’orchestra all’Accademia Chigiana nel 1966, appena dopo la scomparsa di Guido Chigi Saracini. Dieci anni prima, Giorgio Favaretto – notissimo preparatore di cantanti e docente di liederistica per l’Accademia – aveva segnalato il nome di Ferrara al Conte perché lo chiamasse a continuare la tradizione inaugurata da Casella, e alimentata poi da Guarneri e van Kempen. Il Conte aveva forse già altri indirizzi e non lo scelse. Eppure, pare strano che non abbia avuto il desiderio di avvicinare al suo circolo di artisti una personalità come quella di Ferrara, perfettamente in linea con i suoi gusti e la sua idea di musica.

Già titolare della cattedra di Direzione d’Orchestra presso il Conservatorio di Musica di Roma, dove il numero di allievi era continuamente in crescita tanto da obbligare l’apertura di una classe aggiunta, Ferrara aveva già esercitato la sua arte in diversi campi, dalla concertistica alla registrazione di colonne sonore per il cinema. Sue sono le direzioni delle musiche per i film di Visconti, da Bellissima aSenso, Rocco e i suoi fratelli e Boccaccio ’70. Durante la lavorazione di questo film incontra Nino Rota, con cui vivrà un lungo sodalizio artistico che lo porterà a dirigere la registrazione delle musiche de I vitelloni, La strada, Le notti di Cabiria, La dolce vita, e tanti altri film fra cui La grande guerra di Monicelli. Il lavoro nel campo cinematografico lo porta addirittura a contendere a Shostakovic la composizione del commento musicale per I sequestrati di Altona, di V. De Sica (1962).
Ma il repertorio che più gli sta a cuore è quello sinfonico, dal Classicismo al Romanticismo, fino all’alba della modernità, con Debussy e Ravel. Nei suoi programmi didattici arriva a lambire lo Stravinskij dell’Uccello di Fuoco. Ma per lui Schönberg è già avanguardia, che non ama particolarmente, anche se in alcune occasioni dirigerà musiche di Petrassi e Dalla Piccola.

Oltre che in Conservatorio, Ferrara insegna ai corsi di perfezionamento di Siena, Roma, Venezia e Perugia, e poi in Olanda, Stati Uniti, Giappone, Francia e Filippine. Però, diversamente da Hermann Scherchen che ha lasciato un libro sulla direzione, o da Sergiu Celibidache, Ferrara non ha un metodo didattico. La sua non è una scuola vera e propria, come si può immaginare una bottega d’arte: molti dei suoi allievi hanno avuto una carriera importante, ma ciascuno di loro ha mantenuto uno stile personale. Ferrara lavora con allievi già tecnicamente formati, e quando gli capita di rilevare lacune sulla preparazione di base reagisce spesso in modo furioso. È carismatico, e come un guru orientale sa far emergere qualità che l’allievo già possiede ma di fatto non conosce o non controlla perfettamente. Riesce a rapire qualsiasi orchestra come in un incantesimo. Non sbaglia mai la scelta del tempo, e dopo che un ictus nel 1977 gli causerà la paralisi del braccio destro, Ferrara sarà capace di sostituirlo con il solo sguardo, profondo e implacabile.

Oltre ad essere il frutto di una totale devozione, quasi monacale, per Ferrara il mestiere di direttore d’orchestra ha degli aspetti fondamentalmente “artigianali”, in linea con l’esempio di Toscanini. Per lui è necessaria una «umiltà completa nei confronti del testo», cercando però di intuire «perché il compositore non scrive tutto, e anche quando scrive tutto non c’è scritta la fatica, o il dolore… La musica è un fatto sia di studio che di intuizione: bisogna immedesimarsi nella musica»(2) . Per lui non esistono lezioni al tavolino, gesti studiati allo specchio, imitazione di posture sperimentate da altri: le partiture trovano il loro senso solo davanti all’orchestra e l’allievo deve “sentire” la musica solo per riuscire a comunicarla nel modo più chiaro agli orchestrali, rifuggendo ogni spettacolarismo e esibizione di sé sul podio.(2)

Rispetto alla generazione di direttori della stagione successiva alla sua, Ferrara conosce perfettamente tutte le tecniche strumentali, ed è capace di riconoscere nella massa sonora collettiva gli errori di singoli strumentisti e correggerli. La sua caratteristica consiste non solo nel riuscire a condurre l’orchestra verso la realizzazione di una certa pronuncia della linea melodica, ma soprattutto la porta ad ottenere un timbro preciso: il suo, inconfondibile. Ferrara dunque non dirige semplicemente l’interpretazione di una partitura, ma la suona con l’orchestra, come se fosse uno strumento sotto le sue dita. Questa sua capacità è dimostrata dal fatto che non fosse importante il livello della compagine orchestrale sotto la sua bacchetta: bastava che i professori conoscessero le partiture, e lui li avrebbe condotti a letture per loro stessi inaspettate.
Il segreto del suo timbro, tuttavia, risiede ancora una volta nello studio e nella certosina preparazione. Ferrara annota le partiture in modo capillare. Appunta il metronomo ed aggiunge indicazioni agogiche, in linea con la sua idea di “elasticità del tempo”. Esplicita graficamente i segni di dinamica e ne unisce altri. Appone indicazioni per gli archi circa l’attacco delle note, e inserisce suggerimenti per ciascuno sul modo di affrontare certi passaggi. Gestisce i legni e gli ottoni con raddoppi di ottava, e facendogli sostenere altre parti che, secondo la qualità tecnica degli orchestrali, risultano più o meno chiare nell’esecuzione.

Ferrara sarebbe stato senza dubbio uno dei giganti della direzione d’orchestra, completando la catena che partendo da Toscanini, De Sabata, giungeva a Bernstein e Karajan. Sembra che questi ultimi più volte avrebbero detto di lui «è il più grande tra tutti noi».
Purtroppo un male oscuro lo colpì proprio agli inizi della carriera: mentre dirigeva il maestro cadeva dal podio, pur rimanendo cosciente e consapevole di quello che gli accadeva intorno. Un giorno a Roma nel 1948, durante le prove de La Giara di Casella fece appena in tempo a fermare l’orchestra della RAI e dire: «signori, non arrivederci, addio: è finita per me. Niente più concerti». Con il passare degli anni, le sue cadute misteriose si erano fatte talmente frequenti da impedirgli qualsiasi attività dal vivo.
Grazie all’interessamento di colleghi e importanti ammiratori, Ferrara fu sottoposto alle indagini mediche di specialisti provenienti da tutto il mondo. Sperimentò anche delle terapie che non risolsero il problema e forse aggravarono il suo stato di salute generale.
Come Gould, Ferrara abbandonò definitivamente le scene dopo gli inizi di una carriera folgorante. Ma a differenza del pianista canadese, oggi si hanno di lui solo poche registrazioni, molte delle quali inedite e poco attendibili per documentare la sua arte. La figura storica di Ferrara dunque si è costruita tramite le testimonianze dei suoi allievi e colleghi, ed è presto stata circondata da un’aura mitica, senza apparentemente lasciare alcuno spazio alla critica e all’analisi accurata dei suoi lavori. Ferrara, che nelle parole di Luciano Alberti «appariva persona troppo semplice per essere musicalmente tanto dotata; disarmante e misteriosa: a se stesso, probabilmente», in una intervista rilasciata poco prima di morire rispondeva così al suo intervistatore su quanto gli fosse costato l’abbandono del podio:

«Sì e no. Ho preso le cose come dovevano andare. Tutti mi chiedevano: “Ma perché. Perché?!” Tutt’oggi non lo so. Non so cosa sia successo in me. Mi sarebbe piaciuto continuare il mestiere di direttore: mi piaceva proprio. Ma non è stato possibile. Niente di male. Non importa: mi sono dedicato ai giovani e con loro sto bene e sono stato benissimo».(3)

Attraverso musiche, fotografie e filmati, ci riavvicineremo alla figura di Franco Ferrara insieme a Silvia Tosi, chitarrista, musicologa e autrice della più esaustiva biografia del direttore d’orchestra, pubblicata per Le Lettere nel 2005. Seguiremo con attenzione gli anni chigiani del direttore (1966-67; 1969-76; 1978-85) per conoscere o ritrovare il docente forse più leggendario dell’Accademia fondata da Guido Chigi Saracini.

Stefano Jacoviello

(1) Franco Ferrara, da Luigi Bellingardi, “Franco Ferrara ‘la bacchetta magica’”, 1982, cit. in Silvia Tosi, Franco Ferrara. Una vita nella musica, Le Lettere, Firenze 2005, p. 96.
(2) Ferrara in Silvia Tosi, op.cit., p. 121.
(3) Ferrara in Silvia Tosi, op. cit., p. 54.

(fonte del testo: http://www.chigiana.it/il-tempo-in-un-gesto-franco-ferrara-docente-chigiano/)