Gioachino Antonio Rossini

(1792 - 1868)

Biografia

Ritratto di Rossini, 1840-1850 (Fondazione

Ritratto di Rossini, 1840-1850 (Fondazione "Gioachino Rossini")

Gioachino Antonio Rossini (Pesaro, 1792 - Passy de Paris, 1868), figlio di Giuseppe Antonio, banditore del Comune di Pesaro e suonatore di corno nelle manifestazioni teatrali e nelle pubbliche accademie, e di Anna Guidarini, cantante che svolse una breve carriera nei teatri marchigiani e a Bologna, studiò al Liceo musicale di Bologna sotto la guida di padre Mattei; uscitone, era in grado di suonare la viola e altri strumenti ad arco, il cembalo, il pianoforte, e si era perfezionato anche nel canto (della sua abilità come cantante Rossini darà prova anche da adulto).
L'irruzione di Rossini nel campo teatrale fu folgorante. Dal 1810, anno del suo esordio al San Moisè di Venezia con La cambiale di matrimonio, al 1823, anno in cui chiuse la fase italiana della sua carriera, Rossini fece rappresentare oltre 30 opere tra buffe, serie e semiserie, dominando le scene italiane senza rivali. Dopo una primissima fase in cui abbondano i lavori comici, iniziò per Rossini nel 1813 la piena maturità artistica con due capolavori: nel genere serio, Tancredi, e in quello comico, L'Italiana in Algeri.
La sua vena creativa si manifestò in particolare a Napoli dove fu chiamato dall'impresario Bardoja come direttore dei teatri della città nel 1815, nel quale rimase fino al 1822, producendo soprattutto opere serie.
Dopo aver dato alcuni melodrammi anche nel genere semiserio (produzione al cui vertice si pose la Gazza ladra del 1871), nel 1823 Rossini chiuse la sua carriera italiana alla Fenice di Venezia con Semiramide, opera di superba perfezione formale in cui trionfa la forma chiusa e il bel canto.
Spirato il contratto con Barbaja, Rossini aveva sposato nel 1822 la cantante Isabella Colbran. Dopo Semiramide il compositore si recò in Inghilterra, dove ottenne trionfi e lauti guadagni, per fermarsi poi a Parigi: lì rimase per tutto il resto della vita, sia pure con ampie parentesi di soggiorno in Italia. Dopo un primo lavoro – la cantata scenica Un viaggio a Reims, scritta nel 1825 per l'incoronazione di Carlo X –, Rossini presentò poi al pubblico due famosi lavori del periodo napoletano profondamente rimaneggiati: Maometto II divenne La siège de Carinthe (1826) e Mosè in Egitto si trasformò in Moïse et Pharaan (1827), in cui si nota l'eliminazione dei passi più scopertamente belcantistici, un allargamento dell'impianto a favore di quel gusto francese per gli spettacoli di ampie proporzioni che darà vita in quegli anni al grand-opéra.

Manifesto dell'opera Stabat Mater, Roma, 30 settembre 1842 (Accademia nazionale di Santa Cecilia, Archivio storico)

Manifesto dell'opera Stabat Mater, Roma, 30 settembre 1842 (Accademia nazionale di Santa Cecilia, Archivio storico)

Nel 1828 andò in scena Le comte Ory, prima opera completamente francese, nella quale Rossini utilizzò parte della musica scritta per Il viaggio a Reims, dando vita a un capolavoro di inquietante modernità, pieno di sottili allusioni sensuali e caratterizzato da un sorprendente sfruttamento della lingua francese. L'anno seguente andò in scena il tanto atteso Guillaume Tell, grand-opéra in quattro atti, che accoglie alcuni portati del romanticismo: tema patriottico (per quanto generico e filtrato attraverso il gusto della borghesia francese), viva presenza della natura (resa con una tavolozza orchestrale affatto nuova per R.), senso dell'ineluttabilità e dell'impossibile nella vicenda dell'amore tra Matilde e Arnoldo (tema che sarà costante nel teatro musicale italiano posteriore).
Accolta all'inizio con stima, ma senza eccessivi entusiasmi, la nuova opera finì per costituire una specie di testo sacro per il teatro successivo: un classico, appunto. Da quel momento, ancor giovane e nel colmo della gloria, R. abbandonò il teatro. La decisione, maturata attraverso varie vicende biografiche, tra cui ebbe un ruolo determinante una grave forma di esaurimento nervoso, che lo colpì nel 1831, fu provocata anche dall'impossibilità di andare oltre sulla strada dell'accettazione delle nuove correnti estetiche. In questo sta soprattutto il senso del cosiddetto silenzio di Rossini, che in realtà fu un periodo ricco di momenti di operosità privata e segreta. Nei momenti concessigli dalle fasi alterne della sua malattia, R. che, dopo la separazione con la Colbran, trovò in Olimpie Pélissier la donna disposta ad accudirlo con cura materna, scrisse un gran numero di composizioni, che raccoglierà egli stesso, con il titolo di Péchés de viellesse, in 14 fascicoli. Vi figurano musiche vocali, molti pezzi per pianoforte, musica da camera per altri strumenti e per coro, tutte composizioni non destinate né alla pubblicazione, né alla pubblica esecuzione, ma in gran parte eseguite privatamente nel salotto parigino di Rossini.
Dopo lo Stabat Mater del 1841, Rossini scrisse nel 1863 la Petite messe solennelle. Destinata a dodici cantanti (di cui quattro solisti), due pianoforti e armonium (Rossini la orchestrò senza entusiasmo nel 1867, per evitare che lo facessero altri), la Petite messe supera molti dei problemi che Rossini si era posto negli anni del silenzio. Le soluzioni, audacissime, mostrano una nuova concezione timbrica che anticipa direttamente quella del Novecento, scavalcando quell'esperienza romantica alla quale Rossini non aveva mai potuto adeguarsi completamente.
La morte colse Rossini nella sua villa di Passy. Nel 1887 la sua salma fu traslata in Santa Croce a Firenze.